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Anno I, N. 1 - 17/07/07
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Tutta colpa delle fotocopie
di Giusi Binetti

Si parla di pensioni. Tutti parlano di pensioni. Certo, è ora di fare una riforma degna di questo nome. Ognuno dice la sua, ma l'impressione che si ricava è che molti degli aspetti che rendono questo argomento spinoso non siano stati considerati.
Nei dibattiti radiofonici e nella posta del direttore di qualche quotidiano qualcuno che ha posto il problema, ma non è se l'è filato nessuno.
A cinquantanni da un punto di vista lavorativo si è finiti. Morti e sepolti. Anzi, peggio, si diventa degli appestati.
E il conduttore dice "no, non è vero, certo forse nel caso di aziende che si fondono… di personale in esubero…"
"Ma no, cosa dice, anzi, ultimamente il mercato del lavoro sembra decisamente premiare l'esperienza, ci sono segnali forti, a partire dagli Stati Uniti".
Ma dove? Mi domando, ma dove vivono coloro che rispondono così? Domandiamoci piuttosto, chi sono? La verità è che coloro che hanno questa visione edulcorata della realtà sono giornalisti affermati, e quindi immuni da questo tipo di ostracismo, oppure politici, la più parte per definizione fatalmente scollegati con il mondo reale.
Il giovanilismo imperante che sceglie modelle quattordicenni anoressiche, che propone integratori antiossidanti Omega3 frutto dello sterminio delle foche, che consiglia lifting sempre più precoci, non può che influenzare un mercato del lavoro che arriva a ricercare "venditori senior con esperienza, max ventisei anni".
Il paradosso al quale siamo arrivati è che nelle aziende i giovani assunti sono "laureati, master-izzati ed ester-izzati" ovviamente troppo qualificati per fare la gavetta. I trenta-quarantenni sono lanciati nella carriera e stritolati in ritmi di lavoro che poco spazio lasciano alla propria vita. E i cinquantenni? Fanno le fotocopie. Qualcuno deve pur farlo.
Già, le lettere non si scrivono più, l'archivio non è più di moda, ma le fotocopie, accidenti, servono ancora. E allora facciamole fare ai cinquantenni.
Con l'allungamento della vita media è assurdo pensare di smettere di lavorare quando ancora ci sarebbe molto da dire e molto da dare. Proprio ai giovani.
Invece il cinquantenne viene sempre più isolato, escluso, annientato, gli si costruisce intorno un muro all'interno del quale può covare un solo desiderio: fuggire al più presto, andare in pensione.
Il lavoro può essere fonte di grandi soddisfazioni, fonte di reddito, di affermazione, di legittimazione sociale: è una grande ricchezza.
E' ben perversa una società dove si arrivi a privare le persone di tale ricchezza ma, quel che è peggio, senza che l'informazione e la politica ne abbiano la consapevolezza.