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Herzog, Kinski e l'Amazzonia
di Diletta Gatti
Werner Herzog e Klaus Kinski:
amici/nemici, anime gemelle, eterni sognatori che vagheggiano un
mondo arcaico e incorrotto dominato dalla presenza invisibile e
possente di antichi dei.
In quello che si può definire una sorta di rapporto schiavo/padrone,
Herzog, il regista tedesco audace e visionario, e Kinski, l’istrione
polacco dall’aura animalesca, hanno dato vita per anni a una
sorprendente e fruttuosa collaborazione professionale durante la
quale il cinema, l’arte e la vita si sono fuse in un unicum
di impareggiabile potenza e di straordinaria suggestione.
Kinski, classe ’26, è una creatura sanguigna e primordiale,
un inimitabile concentrato di erotismo, veemenza e follia. La sua
fisicità intensa, il suo sguardo sensuale e arrogante esprimono
una profondità selvaggia, un appeal sinistro e acuminato,
una determinatezza glaciale che affascina e turba. Herzog si rivela
il solo regista in grado di domare la “bestia” polacca,
l’unico che, ricorrendo talvolta alle maniere forti (sul set
di Aguirre lo riporta all’ordine minacciandolo con
una pistola) ha saputo valorizzarne al massimo l’esplosiva
presenza scenica.
 Il frutto più prezioso nato da questa turbolenta liaison
è senz’altro Fitzcarraldo (1981) film titanico,
estremo, ambizioso fino alla paranoia.
Herzog, testardo come il suo protagonista, tesse l’elogio
dell’impresa sovrumana (costruire il più grande teatro
lirico del mondo nel cuore della foresta pluviale) spingendosi
lungo il corso del fiume Orinoco, in uno dei luoghi più
impervi e pericolosi della giungla amazzonica.
Valorizzato da splendide scene di massa (sono stati impiegati
migliaia di indios) e da un’attenta e raffinata fotografia,
la pellicola racconta l’ossessione di un uomo e l’inestinguibile
potenza del suo desiderio. Kinski/Fitzcarraldo, sguardo allucinato
e profetico di chi crede al potere dell’immaginazione, è
una figura poetica di sontuoso spessore, un sognatore caparbio
votato alla ricerca del “meraviglioso”.
Herzog esalta la grandezza della natura attraverso sequenze di
struggente suggestione (la nave arenata sulla montagna) e mostra
le immense foreste dell’Amazzonia come una sorta di oscuro
e inquietante santuario naturale.
Premiato a Cannes per la migliore regia nel 1985, il film ha avuto
una lavorazione lunga e sofferta non solo per le location disagevoli
ma, soprattutto, per i capricci estenuanti del suo protagonista.
AMAZZONIA: IL CUORE SELVAGGIO DELLA TERRA
L’Amazzonia, “il polmone della Terra”, non è
solo lo stato più vasto e affascinante del Brasile ma è
anche il territorio coperto dalla più grande foresta equatoriale
del mondo.
Scarsamente popolata e dominata in larga parte da una natura selvaggia
e incontaminata, l’area è un’immensa riserva
ecologica abitata da amerindi e meticci e caratterizzata da un
clima caldo e umido con temperature elevate e piogge frequenti.
Secoli prima di Herzog, che dei luoghi si è innamorato
e ne ha fatto il fulcro portante sia di Aguirre che di
Fitzcarraldo, migliaia di avventurieri provenienti da
tutto il mondo già subivano il fascino maestoso di questa
terra unica e inimitabile, popolata da piranhas, caimani, anaconde,
scimmie, pappagalli, delfini rosa e dalle ultime tribù
di cacciatori di teste.
Strenuamente tutelata dal movimento ambientalista, l’Amazzonia
ancora oggi continua a non deludere chi cerca mistero ed emozioni
forti.
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