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Eque e solidali
di Sabrina Sasso
Giornata primaverile, hai appuntamento con la tua più cara
amica. Sei giovane e quel giorno sai di essere particolarmente bella.
Suona il citofono. Ti fiondi giù per le scale. Apri il portone.
Pensi che come minimo lei farà un balzo indietro per lo splendore
che si troverà davanti e ti coprirà di complimenti
(ci tieni tanto al suo parere!).
Invece ti basta guardarla due secondi perché il sorriso ti
si congeli a mo’ di paresi sul viso (e purtroppo te lo porterai
dietro fino a sera) anche perché i suoi occhi ti hanno trapassata
da punta a punta l’emisfero destro del cervello, nonché
tutta la tua figura.
Dalle sue labbra parte immediatamente la frase al curaro: Ma che
ti sei messa?! E poi che faccia… sembri una morta!
Tu sai benissimo che non è vero e ci rimani male. Per la
prima volta ti scontri con la dura realtà: tra donne, spesso,
in qualsiasi ambiente o situazione, c’è rivalità.
Quella cattiva, quella che sfocia
nell’invidia.
Se mi vorrete considerare un po’ contro le donne
fate pure, ma non è così. A malincuore noto che
sulla solidarietà reciproca abbiamo molto da imparare ed
i maschietti ci danno dei punti.
Inutile negare. Loro fanno comunella ed è anche
grazie a questo che spesso si parano il lato B (Miss Italia docet)
l’un l’altro. Soprattutto, sono più compatti
rispetto a noi. L’unione fa la forza.
Se qualcuno ci chiedesse se siamo solidali tra noi, tutte quante
risponderemmo sì in coro. La verità
è che molte mentono spudoratamente e ci basterebbe pensare
a quanto siamo state stronze, magari appena ieri, con
la collega, la sorella, l’amica, per essere d’accordo
con me.
Alcune, però, non sono così con gli uomini, anzi,
come dicevo qualche articolo fa, accettano di essere trattate
come stracci da certi omuncoli, inzerbinendosi con tanto
di scritta WELCOME stampata sulla schiena. Ma appena
hanno a che fare con un’altra donna… Transformer!
Il veleno scorre a fiumi.
Sul lavoro non ne parliamo. Ci sono fior di uffici mobbizzati
dalle “cape”, le donne in corriera, come amabilmente
le chiamo io, quelle che, aggressivissime nelle SpA, diventano
delle geishe non appena varcano la soglia di casa e sovente
sono maltrattate, fisicamente e/o psicologicamente, dai mariti
o compagni.
Lo dicono molti “addetti ai lavori” e le stime sono
in difetto perché, ovviamente, le dirette interessate ne
parlano malvolentieri. Alzi la mano quella dipendente che, dovendo
fare l’inserimento del figlio all’asilo, non si è
sentita rispondere picche dalla “capa”, mamma a sua
volta. Oppure quella che ha fatto un errore minimo e subito la
boss o la collega gliel’ha fatto notare, ingigantendolo.
E chiunque ha l’incubo delle vigilesse, che non ti perdonano
un’infrazione nemmeno se le supplichi in aramaico
antico. Ma queste sembrano essere più per la par condicio,
non mi risulta siano particolarmente benevole neanche con gli
uomini…
Diciamoci anche questo dai: non riusciamo a tenerci neanche la
pipì. Se veniamo a conoscenza di un pettegolezzo, non vediamo
l’ora di spiattellarlo in giro per mettere in cattiva luce
quella persona che magari ci è anche amica. Ma niente paura,
comunque. Quell’amica ci ripagherà alla prima occasione.
E se vediamo una bella ragazza? Diciamo che fa schifo, guarda
l’alluce del piede com’è storto!
Pulzelle care, se non tessiamo una tela di benevolenza tra noi,
cosa ci vogliamo aspettare dagli uomini?? Io stessa, quando ricevo
delle cattiverie gratuite, che quasi sempre partono da amiche,
colleghe e quant’altro, sono tentata di ripagare pan per
focaccia alla prima occasione, ma col tempo ho imparato che chiarire
subito, e dire in faccia quello che penso, oltre a darmi una grande
soddisfazione, fa sì che quelle più intelligenti
capiscano di aver sbagliato.
Alternativa: ignorarle. Vanno giù di testa, garantito.
Consiglio: almeno in questo, prendiamo esempio dal cosiddetto
sesso forte.
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